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Una tra le prove più evidenti della pigrizia mentale con cui generalmente si parla o scrive è data dall’uso che si fa del verbo fare. Non è soltanto uso: è abuso, è sperpero, è traviamento.
Con questo verbo son coniate moltissime espressioni che dànno alla lingua nostra mirabile efficacia e vivacità, e qui – notiamo bene – esso ci sta a pennello ed è insostituibile. Si fa camorra, si fa fagotto, si fa il rodomonte, il baciapile, l’indiano, il protoquamquam, ecc., si fa l’occhio del porco, il collo torto, le boccacce, e via dicendo, Centinaia di frasi briose, pittoresche, metaforiche, tutte coniate con questo benedetto verbo fare.
Ma se fin qui non c’è proprio nulla a ridire, è invece biasimevole l’uso del verbo fare ogni qual volta questo verbo generico può essere sostituito da un altro verbo che esprime l’idea con maggior precisione e col pregio della proprietà.
Chi parla di fare un pozzo, un ponte, un edificio, una statua, un quadro, un discorso mentre invece per ciascuno di questi complementi oggetti esiste il verbo specifico – scavare, gettare, costruire, scolpire, dipingere, pronunciare – parla grossolanamente. E i verbi che per ciascun oggetto la lingua tiene pronti alla sostituzione sono moltissimi: l’applicarli a tempo e luogo dà all’eloquio varietà e bellezza. Invece quante espressioni balorde suonano continuamente sulle bocche dei mal parlanti! Il tale ha fatto la bronchite; per guarirlo gli han fatto la penicillina. Questa pelliccia non fa elegante. La penna, che non faceva, mi dava ai nervi. L’eroico aviatore aveva già fatto (cioè colpito) parecchie navi mercantili e un incrociatore, ma la sua ambizione era di fare una portaerei. Quell’alpinista ha fatto parecchie vette che erano sempre rimaste vergini d’umane impronte. Mio padre, viaggiatore di commercio, fa ogni mese tutte le piazze più importanti del Piemonte. Mio fratello, che fa il liceo, mi dice che oggi han fatto matematica, latino e storia; il prof. di greco quest’anno fa Lisia e Pindaro. Parigi mi diede quella civiltà della quale facevo difetto. Questa poi è veramente orribile.
Ma non finisce qui. Il medico racconta ad un collega che ieri ha fatto un tumore al fegato, un’appendicite e un’ulcera allo stomaco: una buona giornata veramente. Il parrucchiere scrive a piè della tariffa esposta nel suo «Salone» che «i bambini si fanno al venerdì». Fare acqua in Romagna, in Liguria e altrove si dice d’una botte o d’altro vaso che spande; ma per il marinaio, se la nave fa acqua, ne riceve infiltrazione dell’esterno; e quando il ferroviere porta la macchina a fare acqua ne la va a riempire.
Ecco ora il colmo: tre quarti degli italiani usano il verbo fare invece del verbo lasciare, dicendo, per esempio, non solo nel parlar comune ma in opere di pretese letterarie, che il tale si è fatto corrompere, che la Russia non fa entrare nel suo territorio i giornalisti stranierei, che la povertà dei mezzi non fa fiorire le nostre industrie. Senti persino dire che il chiasso o il fracasso o il terremoto non fa dormire. Quando mai il chiasso o fracasso o terremoto ha servito come sonnifero?
e.c.m.
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