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Un cortese lettore, ci scrive, fra l'altro, quanto segue: «Lei, che in alcuna delle sue noterelle ha parlato di termini... parlamentari ed onorifici piemontesi ricchi di umorismo, vuol dirci perché mai nel dialetto subalpino i nomi italiani, così chiari e semplici, di zio e zia son diventati barba e magna? II barba può avere una spiegazione, ma il magna è un mistero. Deriva forse da quell'aggettivo latino magna che vuol dire grande? O ha qualche relazione col verbo magnare?».
Rispondiamo. La spiegazione del termine barba, già intravvista dall'interrogante, è facile ed ovvia. È un nome vivo in molti dialetti. Ed è tanto antico che l'usò già lo stesso Dante, là dove, nel «Paradiso», faceva dire dall'Aquila parlante che il re di Sicilia Federico II era un dappoco, e non meno biasimevoli erano «l'opere sozze del barba e del fratel», cioè di suo zio Giacomo re di Maiorca e di suo fratello Giacomo re d'Aragona. Poiché in altri tempi gli uomini portavano, ben più di oggigiorno, il cosiddetto onor del mento, ne derivò che i nipoti, da quel segno di maggiore età apparente sul volto dei fratelli dei loro genitori, fossero indotti ad usare l'appellativo che finì col diventare abituale.
Capita però qualche volta l'inconveniente che un nipote chiami già barba chi la barba non ha e non può affatto avere. Se una giovane sposa diciottenne mette al mondo un primo frutto d'amore, e sua madre, meno che quarantenne, tuttora fiorente e feconda, regala poco dopo al marito un figliolo ed alla figlia già sposata un fratellino, questo è pure il barba del sullodato primo frutto d'amore: barba, quindi, d'un nipote più anziano di lui. Son cose che succedono. Come succede che taluno si chiami Gianni, e che i figlioli dei suoi fratelli e sorelle, chiamandolo affettuosamente col suo bel nome, gli diano... del barbagianni.
Quanto al magna, secondo qualche dizionario etimologico del dialetto piemontese, deriverebbe dal latino amita, termine che, leggermente modificato in amia, abbiamo sentito tuttora vivo in quella povera Istria la cui lingua ne prova chiaramente l'indistruttibile italianità. Da amita sarebbe derivata nel medioevo un'amitana, — ampliatasi ulteriormente in amitanea, divenuto mitanea per la caduta dalla a iniziale, — donde infine... si sarebbe foggiato l'attuale magna. È un po' tirata con gli argani questa spiegazione, che perciò persuade poco; ma non ne conosciamo altra più convincente.
La derivazione dal latino magna, che significa grande, sarebbe più comoda, ma non è esatta. In qualche regione piemontese si chiama invece papà grande il nonno e mamma grande la nonna, e c'è in questi duo epiteti un tono patriarcale o affettivo veramente simpatico. Quanto poi al magna falsa metatesi di mangia, come magnare del verbo mangiare, non si tratta che d'un bisticcio di sapore ironico, al quale al sono anche associati il Magnificat e la magnolia. Né è qui fuori di luogo rievocare una volta un fatto storico, che fa onore al patriottismo piemontese insofferente sempre di qualsiasi giogo straniero, e serenamente arguto. Quando per pochi anni il Piemonte fu annesso all'impero napoleonico, per una vistia del nuovo Cesare folgorante in sollo era stato eretto in Torino dai soliti, ma pochi, servitori del padrone, un arco trionfale con quest'iscrizione: MATRI MAGNAE FILIA GRATA. Voleva dire, dunque: «Alla grande madre (Francia) la figlia grata (Torino)». Ma il popolo trovò subito una traduzione ad orecchio assai più felice e veritiera: «La mare a magna, la fia a s' grata». La madre mangia, e la figlia... si gratta.
e. c. m.
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