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La lingua e la gatta

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 20 giugno 1950
NewspaperNuova Stampa Sera
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column3-6


[1]
Il felino minore, l'animale che è domestico solo fin dove e quando gli fa comodo, che alcuno ha definito «creatura arcana e chiaramente partecipe di indoli magiche ed extraterrestri», che è forse l'incarnazione di uno spirito cosmico o preumano mortalmente nemico ad altro spirito incarnato nel topo, presso i nostri scrittori dei primi secoli non è quasi mai chiamato gatto.
[2]
Avviene per esso come per la volpe e la lepre: prevale il genere femminile, Dante parla d'un povero barattiere arroncigliato da diavoli come d'un sorcio capitato «tra male gatte»; Il Boccaccio, il Sacchetti ed altri novellieri sempre parlan di gatta o di gatte.
[3]
Lo stesso avviene in moltissime locuzioni e proverbi correnti, di cui piace considerare i più importanti e originali.
[4]
Notissimo il proverbio della gatta che va al lardo, e non meno nota l'espressione, ricca d'arguzia, «Gatta ci cova».
[5]
Ma ce ne sono parecchi altri, «Alla pentola che bolle non s'accosta la gatta»: conviene cioè evitare le persone colleriche e i pericoli in genere.
[6]
«Ogni gatta vuole il sonaglio»: ognun vuole apparire, fare rumore.
[7]
«Che colpa ci ha la gatta se la padrona è matta?», il che vuol dire che talvolta la perdita di sostanze è dovuta, più che ad altro, all'incuria di chi le doveva custodire.
[8]
Tutti sanno che cos'è una gatta da pelare; chi ha per le mani un grosso guaio ha la gatta, chi se lo cerca vuole la gatta.
[9]
La è una bestia che non ha molto cervello: perciò chi ne scarseggia ha cervello di gatta, se impazza ha mangiato cervel di gatta, e se fugge qua e come invasato fa un sacco di gatte.
[10]
Cè (ironicamente) chi è svelto (oppure nuota) come una gatta di piombo.
[11]
Ma la gatta di carne e d'ossa è ladra e iprocrita, e quando medita un colpo si finge distratta, sonnecchiante, inerte: poi d'improvviso, ghermisce la preda e schizza via fuggendo per la gattaiola, cioè per il buco aperto nella porta di casa per lei.
[12]
Di qui le argute espressioni fare la gatta morta, fare la patta mogia, e, più curiose ancora, fare la gatta di Masino, come se soltanto quella di Masino, non meglio qualificato, avesse la abitudine di fare l'ingenua, la sempliciona per ingannare altrui; mentre poi dal suo svignarsela per quel certo buco è derivato il verbo sgattaiolare.
[13]
Ecco perché conviene «avere un occhio alla padella e uno alla gatta», cioè vigilare e non fidarsi mai.
[14]
«Andar a veder pescare la gatta» vuol dire lasciarsi dar a credere qualunque sciocchezza restandone poi danneggiati e derisi; «vendere altrui la gatta nel sacco» è dare ad intendere cose non certe.
[15]
E «dire alla gatta mucia» è falsare la verità perché la mucia ha tutt'altra indole, ond'è che se una ragazza è semplice, buona, sincera, «è piuttosto mucia che gatta», quindi un tesoro.
[16]
Se continuassimo a citare tutte le frasi della nostra lingua ove compare la gatta non la finiremo più.
[17]
Concluderemo con un'osservazione che mette di fronte lingua e dialetto.
[18]
L'andare con le mani e le ginocchia per terra per non essere scorti, nella lingua letteraria è detto «andar carponi», ed anche «andar gatton gattoni» ed anche aggattonare.
[19]
Noi Piemontesi diciamo semplicemente andar gattagnao.
[20]
E’ un termine, a parer nostro, molto felice, ad un tempo icastico e acustico.
[21]
Ci si vede la gatta che avanza guardinga sulle quattro zampe felpate, e ci si sente anche il suo gnao (da cui gnaulare, gnaulio e birignao): quel gnao che, quando le gatte in amore lo gridano lungamente e lamentosamente nel loro notturni convegni, alternandovi rabbiosi scatti e feminee strida, ci fa veramente pensare ad una tregenda di streghe.
[22]
e. c. m.

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