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Si può immaginare un’espressione più infelice di questa, che continuamente ci sentiamo ripetere quando si parla di persona chiamata a qualche pubblico ufficio, o che tale ufficio ha esercitato, o che da tale ufficio è esclusa? · A “ricoprire la carica” di Consigliere Delegato della Società è stato eletto il Cav. Rossi, ·Il Comm. Bianchi ha chiesto d’essere esonerato dalla “carica” di Sindaco che ha “ricoperto” per tanti anni, · I Savoia sono per legge esclusi dal “ricoprire” qualsiasi carica della Repubblica. È facile dimostrare che sifatti modi di dire sono semplicemente ridicoli. È già sciocco, in questi casi, l’uso del verbo “coprire”; ancora più sciocco – diremmo pazzesco addirittura – quello del verbo “ricoprire”.
Che cos’è infatti una “carica”? Ci vuol poco a scoprire che questo nome deriva dal verbo “caricare”, che a sua volta viene dal latino “carrus” (carro) e significa ·porre addosso. Si carica una nave di merci d’ogni specie, si carica un animale da soma di pesi diversi, si carica un facchino di valige. E chi dice o scrive che si son caricati “i” bagagli “sul” treno, che è stato caricato “il” carbone “sul” piroscafo, commette errore, perché i bagagli o il carbone costituiscono essi il peso che si è posto sul treno o sul piroscafo, e perciò solo questi si possono dire caricati. Si parla anche di caricare un fucile od altra arma da fuoco perché la si rende appunto più pesante immettendovi polvere e proiettili, cioè quella che si chiama la “carica”; e quando si parla della cavalleria che carica il nemico si vuol dire che essa si getta su questo con tutto il suo peso. In qualunque espressione anche figurata, contenente il verbo “caricare” o il nome “carica”, il concetto fondamentale è sempre quello di peso imposto, di gravità, di tensione aumentata.
Or dunque se quella di deputato, di prefetto, di sindaco, di presidente d’un un’associazione, ecc. ecc. è una “carica”, è pur questa – e qui la parola è usata in senso traslato – non altro che un peso, magari gradito, portato con gioia e soddisfazione e con adeguato compenso, ma sempre un peso. Ciò stando, come potete dire che egli “copre” quella carica? Casomai è la carica che copre lui. Egli la porta, la sopporta, la tiene, la regge: non la può “coprire”, e tanto meno “ricoprire”.
Il prefisso “ri” induce nel verbo cui è premesso l’idea della ripetizione dell’azione o di una maggiore intensità dell’azione stessa. “Rivedere” significa “vedere di nuovo”; si rivede quello che s’era già visto altra volta; e “ricercare” è anche il cercare con grande cura o impegno. In “ricacciare” o “ripugnare”, lo stesso prefisso aggiunge ancora un altro significato accessorio: quello di “indietro” o di “contro”; ma questi esempi non fanno al caso nostro. “Ricoprire” è “coprire di nuovo” o “coprire molto”, compiutamente. Anche ammettendo che l’espressione ·coprire una carica· sia buona (per noi non lo è affatto), col pretesto che nell’espressione stessa si possa insinuare l’idea d’un posto vuoto, d’uno stallo o seggio che viene ad essere occupato, il dire che l’individuo designato o eletto - «per la prima volta», si noti bene – ad una certa carica è chiamato a “ricoprirla”, ci sembra, l’abbiamo già detto, un parlare da insensati, da gente degna che le si apra pietosamente la porta d’una Casa di cura…
e.m.
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