Sentence view

IN PUNTA di forchetta

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 17 agosto 1950


[1]
Parrebbe impossibile, eppure s'incontrano ancora, specialmente nei ritrovi di media cultura, tra persone che ostentano spiritualità, quei singolari amenissimi saccenti che, per abbagliare altrui, ingemmano i loro discorsi di parole scelte, rare e ai più sconosciute.
[2]
E qualche scrittore di media statura fa altrettanto.
[3]
Sono i relitti di una tendenza, in altri tempi ben più diffusa, che Edmondo De Amicis satireggiava, nel suo Idioma gentile, col bozzetto II pescatore di perle.
[4]
Questo bel tipo sussiste tuttora.
[5]
Intendiamoci.
[6]
Quando lo spirito si esalta nella contemplazione di cose sublimi ed è in preda a quella che alcuno ha chiamato «accensione lirica», l'usar parole che non sono dell'uso comune vien naturale.
[7]
È il linguaggio della poesia, per il quale si riesumano gli arcaismi e i latinismi, come per certe feste solenni si traggono dai cofani e dagli armadi odorosi di spigo i vestiti ricamati, i pizzi e le parrucche vecchie di secoli.
[8]
Quando il tono di un componimento s'estolle a quel modo, non c'è nulla a ridire; allora si può ben chiamare diro, anziché crudele, Annibale minacciante gl'ltali penati, o buccina la tromba tortile chiamante a raccolta, e autoctona virago la ninfa Camesena congiuntasi con Giano eterno a procreare l'itala gente.
[9]
Allora l'afflato religioso può bene indurre il cantore della Pentecoste a parlare di inconsunta fiaccola di molteplice voce dello Spiro, di pondo ascoso, di nova franchigia, di mite lume dator di vite e infaticato altor.
[10]
Ma quando ai discorre di cose semplici ed umili, di fatti della vita d'ogni giorno o il linguaggio è quello ordinario, corrente, comune a tutti, l'introdurvi qualche termine inconsueto è come sfoggiare una cravatta di seta dai colori fiammanti sul vestito da lavoro, è come intarsiare una perla in un pungolo per buoi.
[11]
Il signorino che in un'accolta di persone cosiddette distinte va narrando di essere andato appo le siepi in cerca d'insetti e alla caccia di farfalle per una sua collezione del genere, e di aver eziandio raccolto molti bei fiori per il suo erbario, suscita giustamente sorrisi di commiserazione.
[12]
Chi, per dire che v'è necessità, bisogno, mancanza, penuria d'una certa cosa, ricorre al termine carenza, dimostra d'aver anche lui una grave carenza nel cervello.
[13]
Si può dire altrettanto di chi butta fuori un algido invece che ghiacciato, iemale invece che invernale, depauperare per impoverire, putrescere per imputridire, paventare per temere, appropinquare per avvicinare, speme anziché speranza, festuca anziché fuscello.
[14]
L'uomo di legge ama spesso cerziorarsi dei particolari d'un fatto, trova qualche macula sul foglio criminale d'un giudicando, ritiene contennendo un certo argomento.
[15]
Il notaio usa rancidi vocaboli come prefato, mentovato, tabellionato, cognito, fidefaciente.
[16]
Un critico letterario ci ha parlato pochi giorni fa di un poeta che in una sua tragedia ha accolto «la forma tradita dalla leggenda»: non tradito, badate bene, ma tràdita, che vuol poi dire tramandata.
[17]
E più d'un tecnico d'agraria non dice alberi ma essenze, non dice podere ma predio, non fungo mangereccio ma fungo edule, non pendenza ma acclività, non terreno assorbente ma terreno bibace.
[18]
Questo è parlare in punta di forchetta.
[19]
Ci fa ricordare quanto, in un suo volumetto intitolato Il bello scrivere, che fu stampato circa un secolo fa, precisamente nel 1854, Paolo Costa, a chi credeva allora essere ben diversa dalla lingua parlata la lingua scritta cosi predicava: «Non dirai ciò che loro piacesse, ma ciò che loro venisse in grado».
[20]
«Non dirai era solito andare in chiesa, ma a chiesa non usava giammai» «Non è lecito dire gli parve cosa cattiva, espressione troppo comune fatta vile dall'uso plebeo, bensì seppegli reo».
[21]
Un secolo dopo c'è ancora chi sragiona e folleggia allo stesso modo.
[22]
e. c. m.

Text viewParagraph view