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Tutti mangiati...

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 14 gennaio 1948


[1]
In relazione alla nostra noterella che si intitolava «EVACUATI, SFOLLATI, EPURATI» ci è stata rivolta questa domanda: «Non è forse un errore della stessa specie quello che si sente ripetere spesso, o si trova anche in scritti di pretese letterarie, consistente nel chiamar «bevuto» (quando invece è tale il vino o altro liquore) chi è ben più esattamente, alticcio o ebro o brillo o avvinazzato? Si può dire, insomma: «Quei giovani tra i quali scoppiò la rissa di stanotte erano tutti bevuti»?
[2]
La risposta si può leggere nel Dizionario moderno del Panzini (al quale ha dato maggiore ampiezza l’ottava edizione a cura di Bruno Migliorini): BEVUTO: voce di basso linguaggio che si ha in vari dialetti per lievemente ebro, avvinazzato.
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«Chillo stava nu poco bevuto» (Napoli).
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Che il popolino parli così, non c’è da stupire.
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La sua lingua non è quella letteraria.
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Ma che questo, come tanti altri termini dialettali, sia accolto da buoni scrittori senza necessità non ci sembra ben fatto.
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È un argomento che va trattato di proposito: lo faremo a suo tempo con la brevità impostaci dal minimo spazio a noi consentito.
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Se poi altri osservasse che il bevuto come surrogato di ebro e di tanti altri termini è entrato nell’uso, risponderemo che anche intorno a questo comodo pretesto, cui troppo si ricorre per giustificare ogni specie di strafalcioni, sarà bene discorrere partitamente.
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i termini usati a rovescio si riducono ai tre che abbiamo messo in rilievo nella prima di queste noterelle ed a quello or ora indicato.
[10]
Allorché l’esercito belga, avviluppato dalle masse dei tedeschi invasati dal furore teutonico e convinti d’essere invincibili, fu costretto a venire a patti, molti scrittori del tempo parlano dei Belgi capitolati.
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Secondo tale inversione, non avevano dunque capitolato, ma erano stati capitolati.
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R un giornalista allora molto in auge, che già è passato nel mondo del più, li giustificava dicendo che, dopo tante notti bombardate, quei poveretti non potevano reggersi più.
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Che ne dite delle notti bombardate?
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Seguendo l’esempio, un bel giorno discorreremo anche di aurore fucilate o di tramonti mitragliati.
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Altre volte ancora si lesse, e pur troppo si legge tutt’oggi, che tali belligeranti avevano minato certi tratti di mare e che i nostri ne erano stati notificati, che nelle misure prese nei suoi riguardi la tale Potenza (ad es. la Spagna) è stata notificata.
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Ma perché un errore così grossolano, e pur anche così evidente, quando basterebbe dare al verbo il suo soggetto logico invertendo l’espressione o sostituirlo col verbo avvertire: Lo fanno a bella posta, per spirito di fronda, o sono ignoranti fino a questo punto?
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L’errore appare con minore evidenza in un aggettivo participiale che suona frequentemente sulla bocca di chi vuole esprimere il suo dolore, il suo dispiacere nel ricevere una notizia sgradevole, nel separarsi da persone care, nel lasciare luoghi prediletti.
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Allora c’è chi dice: «Ne sono spiacente».
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Riflettiamo.
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Spiacere significa non piacere, essere dunque altrui sgradito, disgustoso, ostico, ripugnante, e simili.
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È questo che si voleva dire?
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No, certamente.
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Orbene, basterà sostituire al «Sono spiacente», un «Mi dispiace», «Mi duole», «Sono dolente» perché l’errore scompaia.
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Torniamo al «bevuto» col quale abbiamo cominciato.
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Se si pretende che si debba accettare come buona l’espressione: «Quei giovani tra i quali scoppiò la rissa della scorsa notte erano tutti bevuti», nulla esclude che la buona suora dell’asilo infantile, i cui bimbi hanno or ora consumato la loro colazione, nel condurli fuori dal refettorio all’aria e al sole, possa dire al reverendo parroco, venuto in quel punto a farle visita: «Ecco, i miei bimbetti, così freschi e rosei e contenti sono tutti mangiati».
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p. c. m.
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