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I generi

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 5 dicembre 1951
NewspaperNuova Stampa Sera
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-4


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Ce n'è, come sapete, una gran varietà.
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Ci sono i generi di cui vanno ansiosamente a caccia le madri che han molte figlie da marito; ci sono i generi alimentari, in continuo aumento... di prezzo; ci sono i generi animali, vegetali ecc. suddivisi in specie e sottospecie; e ci sono anche, nella grammatica, fra gli altri, i generi del nome.
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Soffermiamoci su questi ultimi.
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La nostra lingua distingue tutti i nomi in maschili e femminili.
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Il criterio di distinzione è evidentemente quello del sesso: maschile è il nome uomo, mentre il nome donna è femminile; maschili sono cane, gatto, bue, mentre cagna, gatta, vacca sono femminili.
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Qui non è possibile alcuna confusione.
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Ma appena il sesso scompare, appena si parla di cosa che non è maschio femmina, il suo nome può essere tanto maschile quanto femminile, e talvolta è l'uno e l'altro insieme.
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Avevano molto più criterio e buon senso i nostri lontani progenitori che chiamavano neutri i nomi delle cose prive di sesso: il termine neutro significava per l'appunto « l'uno l'altro», come tutt'oggi è detto neutrale chi, tra due partiti o nazioni in guerra, non si dichiara per questo per quello.
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Erano neutri, per esempio, i nomi astro, oro, argento, ferro, legno, mare, sale, sprone, aiuto, debito, crimine, e infiniti altri, indicanti cose, concrete o astratte, ove il maschio o la femmina non c'entran per niente.
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Soppresso il neutro, ne son derivate strane conseguenze.
[11]
Un nome che in una lingua è maschile in un'altra è femminile, e viceversa: ad esempio il sangue, che nell'italiano è maschile, nello spagnolo è femminile (la sangre) e nella stessa lingua la sentinella, che da noi, pur riferendosi quasi sempre ad un florido maschio, è femminile, è invece, molto più logicamente, un nome maschile (el centinela).
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Da noi il fiore, l'onore, l'amore, il sole son nomi maschili: nella lingua tedesca sono femminili.
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Ma anche senza andar a cercare queste differenze, che sono moltissime, fuori del nostro paese, le troviamo già tra la nostra lingua e i suoi dialetti.
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Per i Piemontesi, anziché maschili, il sole, il granello, l'ago, il tino, l'alberello (recipiente), il diabete sono femminili (la sal, la grumola, l'aguoia, la tina, l’arbarela, la diabete): viceversa la calza, l'animella, la pozzanghera, l'altalena sono maschili (l causét, 1 lacét, l badàs, l bauti). Per la lingua latina gli alberi eran le madri dei frutti, e perciò i loro nomi erano femminili; nell'italiano gli stessi alberi, considerati come padri, hanno nomi maschili mentre son femminili quelli dei frutti (ma l'Oriani raccontava di aver mangiato un arancio): nel piemontese i frutti o meglio la frutta tornano ad essere in parte maschili (i prus, i persi, i darmasin). E in Toscana c'è la barca e il barco, la capanna e il capanno, la canestra e il canestro, il fonte e la fonte, il trave e la trave, il sacco e la sacca, il ceppo e la ceppa, il fronte e la fronte, il fiasco e la fiasca, il corno e la corna, il cesto e la cesta, il fino e la fine... e la serie non avrebbe più fine.
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Non è detto che tra queste forme maschili e femminili non corrano differenze, talvolta semplici sfumature, altra volta divari profondi come tra modo e moda, tra carico e carica o, per altro verso, fra brodo e broda, discorso e discorsa, articolo e articolessa.
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Ma il fatto è che, soppresso il neutro, un nome di cosa che sia priva di sesso è di genere maschile o femminile secondo le diverse umane favelle, e il distillare regole su regole per mettere un po' d'ordine in questa babilonia è fatica lodevole, ma sprecata.
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e. c. m.

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